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Lo Staff

Uno scatto verso Oriente

editoriale

Duecentododici anni fa, mentre l’Occidente era impegnato a tenere testa a Napoleone, che proprio in quel momento imperversava nel nostro paese, e Coleridge e Wordsworth iniziavano con le loro pubblicazioni anonime la stagione del Romanticismo inglese, nel paese del Sol Levante veniva pubblicato un libro d’illustrazioni intitolato “Shiji no yukikai”, del poeta, scrittore e artista Santō Kyōden. In quel libro faceva per la prima volta la sua comparsa un termine che sarebbe andato ad indicare uno degli aspetti più peculiari della cultura giapponese, il termine “manga”.
Per rendere un’idea di quanto per il Giappone questa forma artistica sia rilevante culturalmente (oltre che economicamente: sono cinque i miliardi di dollari attorno ai quali gira questo mercato), basti pensare alle fiumane di turisti orientali che proprio in questi giorni stanno prendendo d’assalto il British Museum di Londra, esclusivamente perché il più grande fumettista nipponico vivente, Hoshino Yukinobu, ha ambientato una delle sue celebri storie proprio nel museo londinese. Takashi Murakami si è fatto interprete della cultura manga, evidenziandone e ingigantendone le caratteristiche più popolari e commerciali, dandole le forme più diverse e curiose: da statue di orsi dallo sguardo ipnotico a quadri astratti dai colori abbaglianti. Nel 1962 questo visionario artista, massimo esponente della pop-art orientale, nasce a Tokyo, nello stesso anno in cui, all’altro capo del mondo a Los Angeles, moriva in circostante mai chiarite il simbolo della cultura pop occidentale: Marylin. Come un passaggio di testimone. Se Andy Warhol vedeva nel volto della bionda attrice californiana il simbolo del consumismo di massa della società a cui entrambi appartenevano, appare quanto meno curiosa la scelta di Murakami di scegliere per rappresentare un elemento culturale così caratteristico del suo paese Britney Spears.

editorialetakashiIl servizio fotografico apparso nel numero di settembre della rivista britannica “POP” (in questi giorni anche nelle edicole italiane) si ispira in parte al lavoro di Seiji Matsuyama, creatore della serie manga Eiken, tanto criticata quanto amata dai ragazzi giapponesi. È la storia di un ragazzino che viene coinvolto nel misterioso Eiken Club, popolato da provocanti bellezze femminili tutte caratterizzate da un seno enorme. Se non è certo quello l’elemento ripreso da Murakami, lo è invece la sensuale ingenuità con cui i personaggi si presentano allo spettatore, con atteggiamenti e pose innocenti che mal celano una femminilità dirompente. L’elemento Kawaii nelle foto ricopre un ruolo fondamentale. Kawaii in giapponese significa più o meno “carino” e descrive tutto un filone espressivo artistico, che va dai più celebrati manga, agli anime più seguiti, alla più semplice oggettistica senza alcuna pretesa, elevata da Murakami al rango di forma d’arte e di cui l’artista nipponico è maestro.
La popstar in questo servizio fotografico porta in spalle uno zainetto e indossa un bianco e verginale abito da sposa. Lo zainetto in spalla ricorda le più celebri eroine manga, conosciute anche nel nostro Paese (prime fra tutte Sailor Moon), ma più in generale richiama lo stile manga denominato Shōjo, indirizzato soprattutto a ragazze e che tratta di sentimenti e di amori consumati timidamente tra i banchi di scuola. Sono rintracciabili anche altri elementi che mettono in relazione questo tipo di fumetto con le foto di Murakami: i fiori sullo sfondo, bianchi nel servizio e variamente presenti nelle vignette Shōjo, atti a risaltare il soggetto in primo piano, e il pizzo da cui è caratterizzato il vestito della popstar, presente spesso nelle decorazioni di questo tipo di manga. Il fatto che Britney indossi un vestito nuziale occidentale è culturalmente rilevante ed è segno del cambiamento dei tempi, in cui il rito nipponico lascia il posto ad elementi di più occidentale matrice. È negli ultimi tempi oggetto di discussione nel paese del Sol Levante quanto sia opportuno allontanarsi dalla complessa cerimonia nuziale tradizionale, divisa in tre momenti diversi ognuno dei quali prevede un cambio d’abito, in favore di un rito più semplice improntato a quello occidentale. Anche qui Murakami sembra aver fatto una scelta decisa. La grandezza dell’artista sta nell’aver attinto a tutte queste suggestioni, nelle averle messe insieme e nell’aver creato qualcosa di nuovo e di unico, e difficilmente potremmo aver immaginato quale emblema per questa fusione di culture un volto diverso da quello della popstar americana, icona della cultura pop occidentale.

Luca Sardelli

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